“Il mio motto: non fare nulla non è un’opzione” - Ritratto di Martin

mercoledì 1 luglio 2026

Martin attaccato simbolicamente a una flebo di petrolio durante un'azione presso Shell nella primavera del 2026 – Raimond Lueppken / Alto Press Martin attaccato simbolicamente a una flebo di petrolio durante un'azione presso Shell nella primavera del 2026 – Raimond Lueppken / Alto Press

Questa primavera, Martin ha partecipato a sette azioni di “Il petrolio uccide”. Tutte tranne quella in Ticino e il Petro Detox Tour. Ritratto di una persona che ha deciso di fare della giustizia il proprio orizzonte di vita.

Quando ho chiesto a Martin se potesse rispondere per telefono ad alcune delle mie domande per questa newsletter, mi ha risposto che non gli piaceva affatto, ma che avrebbe accettato di farlo comunque. Una dedizione che rappresenta perfettamente l’impegno di chi si definisce «piuttosto timido», ma che non esita a correre dei rischi e a mettersi in prima linea per combattere le ingiustizie e le disuguaglianze che non sopporta e che gli «fanno del male».

Sentimenti che non risalgono a ieri, ma che erano già presenti quando, all’inizio degli anni ’90, da ciclista esperto e appassionato di velocità, percorreva 38 km in bicicletta al giorno a rischio della propria vita. All’epoca, le infrastrutture per i ciclisti erano praticamente inesistenti, il che portò a numerosi incidenti di cui porta ancora le cicatrici. «Sono felice di essere ancora vivo», dice. Oggi la situazione dei ciclisti è migliorata, in parte grazie alle mobilitazioni a cui Martin partecipava in gioventù. Allo stesso tempo, anche lui è cambiato. Oggi, a 56 anni, rivela con umorismo che solo di recente ha scoperto che l’obiettivo principale degli automobilisti non era quello di eliminarlo. 
Oltre alle manifestazioni in bicicletta, Martin ritiene che il momento in cui si è davvero politicizzato sia stato nel 1987, quando la comunità autonoma di Zaffaraya, sorta su un terreno abbandonato nella periferia di Berna, è stata sgomberata dalla polizia. Spinto da un senso di incomprensione e di ingiustizia, si è schierato dalla parte delle persone coinvolte.

Schierarsi dalla parte dei più vulnerabili è qualcosa che non ha mai smesso di fare nella sua vita, sia all’interno del PS, che in act now!, nello Sciopero per il Clima, in Debt for Climate, nella Swiss Coalition against Glencore, nel movimento LGBTQIA+, sia nel suo percorso professionale. Quando ha iniziato a interessarsi alla politica, viveva a Zurigo, dove le piazze di spaccio facevano parte della sua quotidianità. Si è sempre interessato all’aspetto sociale delle dipendenze e attualmente lavora come web publisher in questo ambito, su incarico dell’UFSP. È anche responsabile del sito web stop-tabac.ch  dove si occupa del funzionamento dei link presenti nel codice QR sui pacchetti di sigarette. «Davvero divertente», dice. Infatti, la campagna «Il petrolio uccide» si ispira alle campagne di prevenzione contro il tabagismo per chiedere che venga apposto un adesivo di avvertenza simile sulle pompe di benzina. Su questo adesivo figura un codice QR che rimanda a una pagina che propone spunti di azione per il clima, sia individuali che collettivi.

Agire nonostante la disperazione

È forse per questo che Martin ha partecipato a quasi tutte le iniziative della “primavera d’azione”? A prima vista no, la sua motivazione è più profonda. «Mi impegno per la vita e per le generazioni future, per i miei tre figli ormai adulti e forse, un giorno, per i miei nipoti. Non fare nulla non è un’opzione. Anche se non so dove mi porterà tutto questo, è l’unica cosa che mi resta». Eppure ammette di non nutrire più molte speranze riguardo alla possibilità che i suoi figli possano vivere una vita migliore della sua; è abbastanza certo che non sarà così. Sul treno diretto a Ginevra per un’azione lo scorso aprile, ricorda di aver guardato fuori dal finestrino e di aver pensato che non voleva più vivere in questo mondo che non gli piaceva più. Un profondo senso di disperazione e tristezza, dopo le grandi speranze del 1989 che sono finite sommerse dalle molteplici crisi, dalle guerre e dalla negazione generalizzata. E allo stesso tempo, per Martin, questi sentimenti non sono sinonimo di inazione, al contrario.

Lui stesso parla di una certa ambivalenza, tra la disperazione della situazione attuale e la prospettiva di un mondo migliore, tra la paura di esporsi e la fretta di farlo comunque, tra lo sforzo che ciò gli richiede e l’orgoglio che ne ricava. «Un’azione come quella di Payerne è troppo per me, lo so, ma la faccio comunque. Non è facile, ma credo che tuttƏ la vivano così». La sua compagna e i suoi figli capiscono cosa fa e perché, sono loro stessi attivƏ per altre cause, come salari dignitosi e i diritti delle minoranze queer.

Capisco allora che è andato oltre la ricerca dei risultati e trova nell’azione un significato più personale, un modo per incarnare i propri valori, il proprio desiderio di giustizia e uguaglianza, nonché il proprio senso di responsabilità. Del resto, lo dice lui stesso: «Dietro ci sono le idee e la speranza in un mondo migliore, ma nel momento stesso sono altri aspetti a prevalere». 
Ad esempio, parla della sua situazione privilegiata e la mette in prospettiva con quella di altrƏ attivistƏ nel mondo, ricordando che ogni anno circa 200 difensori dell’ambiente vengono assassinatƏ o scompaiono. «Qui non rischiamo la vita, cosa che non vale per tuttƏ. Nell’auto che mi portava alla stazione di polizia dopo l’azione all’aerodromo militare di Payerne, ho pensato a tutte quelle persone che, se fossero state al mio posto, forse non sarebbero mai più tornate». 
È anche nella comunità che trova un senso. Lui, che si definisce timido, è orgoglioso di trovare la forza di recarsi da solo in un posto nuovo, con persone che non conosce. Sente che il suo sforzo viene ricompensato dalla convivialità dei momenti trascorsi a prepararsi per un’azione, dall’amicizia, dal legame e dall’emozione legata all’ignoto. «Quando ci si mette all’opera, siamo tuttƏ sulla stessa barca», afferma.

La giustizia come orizzonte

Infine, come filo conduttore della sua vita, è senza dubbio la parola “giustizia” a emergere quando gli chiedo come sarebbe il mondo in cui vorrebbe vivere. «Noi, la gente del Nord, distruggiamo tutto e sono le persone che vivono nel Sud del mondo a pagarne il prezzo». Anche se in Svizzera siamo colpiti più della media dal cambiamento climatico, disponiamo anche di maggiori risorse e quindi abbiamo una responsabilità maggiore. Ciò che emerge, nonostante la gravissima situazione, è un allegro senso dell’umorismo e una certa leggerezza. «Sono orgoglioso di non aver mai imparato a guidare. Le auto sono pericolose, brutte, puzzano, occupano troppo spazio e costano troppo alla società: sono un inferno. Sogno un mondo in cui ce ne saremmo completamente sbarazzatƏ». 

📷 © act now!, Raimond Lueppken / Alto Press, Bénédict Betterman / Alto Press

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